INTERNET DELLE COSE: TUTTI LO CHIEDONO, TUTTI LO VOGLIONO

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IoT è l’acronimo di Internet delle Cose e non è uscito improvvisamente dal nulla, ma è innegabile che oggi emerga in quella che possiamo definire la sua ‘giovinezza’.  Un numero crescente di Ceo, Cio e top manager di imprese assicurative di questi tempi viene sollecitato dalle opportunità del fenomeno a chiedere all’IT di studiare e avviare dei progetti innovativi che possano diventare risolutivi in un mercato sempre più competitivo e rispondere alle richieste di clienti sempre più tecnologici e smart.

L’Internet delle Cose necessita di soluzioni software dedicate. Ma se il fine ultimo dell’IoT è fare business, queste non possono restare del tutto avulse dai sistemi gestionali aziendali. In questa prima fase ciò che si chiede all’offerta tecnologica è di funzionare presto e bene: che siano dispositivi white o black box, dispositivi weareble o sistemi integrati di gestione del rischio, bisogna fare in fretta per sfruttare il vantaggio competitivo. Serve quindi avere una piattaforma software completa e integrata, o almeno coerente nelle scelte tecnologiche di base, che si possa rapidamente implementare. E infatti la progressiva integrazione del software IoT nei ‘systems of records’ dell’impresa è la strada che vedremo percorrere nei prossimi anni. Una strada che GeneralExpert ha già intrapreso tramite lo sviluppo e l’integrazione dell’IoT con i sistemi di gestione tradizionali utilizzati dalle compagnie. 

Internet delle coseL’elemento caratterizzante dell’IoT è dato dal fatto che l’elaborazione digitale viene estesa a un nuovo mondo di oggetti fisici che tramite infrastrutture di comunicazione sono posti in relazione tra di loro e con le persone che ne fanno uso, al fine di creare scenari operativi che configurino nuove opportunità di business. La grande sfida sarà quindi fare in modo che questa integrazione sia gestita in modo progressivo, senza bloccare il business as usual.

E’ chiaro che tutto ciò non si possa fare con le soluzioni che formano il patrimonio software ‘di base’ per la gestione di un’impresa, che è di norma costituito dai pacchetti a supporto dei processi transazionali del ‘system of records’ (Erp, Scm, Crm e così via). Né si può fare con le sole soluzioni a supporto dei processi informativi, dalla Business Intelligence ai sistemi cognitivi, per quanto siano quelle che generano il valore di business. E non si può fare nemmeno con le attuali piattaforme per il ‘system of engagement’, (social networking, apps store and delivery e così via), sebbene l’IoT si possa far rientrare in parte in questo modello per gli effetti che ha sulle attività, lavorative e non, delle persone.

Per abilitare le relazioni IoT occorre una nuova generazione di soluzioni, che vadano nell’insieme a realizzare una piattaforma software definita quella “capace d’interconnettere e gestire dispositivi ‘smart’ e infrastrutture al fine d’integrare i dati operativi e di controllo nei processi relativi al business e alla clientela”. Accettando questa definizione si conviene anche di estendere il concetto di business al miglioramento delle funzioni e del servizio all’utente dato dal rendere ‘smart’ un qualsiasi oggetto. Aver ben compreso tutto questo è importante perché è il business, o meglio ancora la ‘bottom line’, cioè il profitto, lo scopo ultimo dell’IoT.

Se ciò comporta acquisire (e pagare) funzioni di cui già si dispone, è una cosa che si può tollerare, considerando anche che, specie per le analytics e lo sviluppo applicativo, gli strumenti dell’offerta IoT sono di solito più adatti ai nuovi compiti e quindi si rivela necessario acquisire soluzioni in grado di rispondere a questi compiti. È chiaro però che creare un nuovo silos tecnologico e sovrapporre funzionalità va ad aumentare la complessità dell’intero sistema. Secondo un’analisi Forrester è quindi molto probabile che l’evoluzione delle piattaforme IoT si svilupperà attraverso una seconda e una terza fase.

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