PERITI ASSICURATIVI: UN’EVOLUZIONE NECESSARIA

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Tra diminuzione degli incidenti e incremento dei rapporti diretti tra compagnie assicurative e carrozzieri, si riduce il business dei periti assicurativi.

La professione, che nacque come consulenza per avvocati e giudici e richiesta per dirimere le cause di risarcimento avanzate dagli automobilisti danneggiati, conobbe un vero e proprio boom nel 1969, a seguito dell’introduzione, con la legge 990, dell’obbligatorietà dell’assicurazione per la responsabilità civile delle automobili. La cosiddetta Rca.

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L’importanza dei periti assicurativi crebbe ulteriormente con la motorizzazione del Paese, tanto che, nel 1992, si giunse alla regolamentazione  non solo della figura professionale, ma anche delle perizie,  senza che però assumessero un valore legale. Di fatto, vi fu un duplice sistema tariffario: uno per gli incarichi dei privati, ovvero avvocati e automobilisti, e un altro, frutto di un negoziato con l’Ania, per la remunerazione dell’attività svolta per le compagnie assicurative.

Quell’accordo rappresentò il primo problema per i periti assicurativi, “poiché -spiega Marco Mambretti, presidente di Aicis, Associazione italiana consulenti infortunistica stradale- prevedeva una quantificazione precisa sia del costo dei ricambi, sia del lavoro necessario per le riparazioni, con il risultato che il perito si limitava ad identificare i danni degli incidenti automobilistici, visto che per la quantificazione economica bisognava necessariamente utilizzare i parametri dell’accordo”.

Un «ridimensionamento professionale» che durò fino al 2002, quando l’Antitrust dichiarò contrario alle regole della concorrenza l’accordo tra Ania e autoriparatori, così come il sistema delle tariffe dei periti.  Le compagnie trovarono pertanto utile stabilire convenzioni con i carrozzieri, con il risultato di procedere ulteriormente in quel lento processo che sta portando alla marginalizzazione della figura del perito. Infatti, se prima quest’ultimo quantificava in contraddittorio con il riparatore il danno economico subìto dall’automobile, oggi alcune compagnie assicurative rendono di fatto obbligatorio per l’assicurato il ricorso al carrozziere convenzionato, evitando così la stima del perito. Un ricorso ulteriormente favorito dal decreto legislativo 209/2005, che ha di fatto previsto, in caso di incidenti che coinvolgano solo due vetture, il risarcimento diretto da parte dell’assicurazione dell’automobilista danneggiato. “Ad aggravare la situazione –ammette Mambretti- si è aggiunta una prassi di mercato, secondo la quale le compagnie incentivano i periti a ridurre il costo medio dei danni o il costo complessivo dei sinistri liquidati”.

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In questo contesto si innesta poi il trend, certamente positivo per la collettività, di riduzione del numero di incidenti, tanto che si è passati dai 14 ogni 100 vetture degli anni 90, ai 6 di oggi. In altre parole, dai 6,5 milioni di incidenti all’anno, si è arrivati ai 2,2 milioni attuali.

Insomma, per gli 8.500 periti assicurativi è sempre più difficile svolgere il proprio lavoro. Quindi, cosa fare? “Lo sviluppo della professione passa per nuove attività -conclude Mambretti- come il controllo dell’esecuzione delle riparazioni e la verifica della funzionalità dei sistemi di sicurezza, in particolare delle nuove tipologie di auto, come le ibride e le elettriche; circostanza che richiede però l’acquisizione di nuove professionalità, utili sia alle assicurazioni, sia alla società civile”.

(Fonte: La Repubblica, Affari & Finanza)

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